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May 18 Capitolo VSolo poche righe. Pietrificato. La sento ancora adesso, volteggiare tra i canali, sotto quel ponte. La tromba, il carillon e i le spirali. Ricordo che ero stanco. Confuso, camminavo veloce nella pioggia, la stanchezza mi rendeva poco lucido. Inerzia, un passo dietro l’altro, lungo il canale,sui marciapiedi. La musica scoppiò come un lampo nel cielo. Due piccoli motori la fanno girare su se stessa. Incapace di muovermi, bloccato, incapace di capire il senso prevalente, la vista mi dà bellezza, l’udito mi fa tremare le gambe. Leggero come una piuma, non c’è pace finché la musica non si esaurisce. Solo. Solo io. La canna da pesca, lo zoccolo e gli spiccioli. Ecco perché ad Amsterdam le case sono storte. Si sporgono anche loro per ascoltare la muziekboot.
May 16 Belgiolandia 2009 – Capitolo IVCapitolo IV – Gent & BruxellesSabato 2 Maggio. Il programma del giorno è quello di vedere due città. Domattina ripartiremo per l’Olanda con l’autobus, i quattro giorni di noleggio sono arrivati alla fine e dovremo lasciare Moana e il fiestino all’aeroporto di Charleroi. Destinazioni quindi Anversa e Bruxelles, distanti tra loro poche decine di chilometri. Ci approvvigioniamo al solito di vettovaglie, baguette e chouffe al supermarket e lasciamo LLN intorno alle 11. Moana oggi è più eccitata del solito. In realtà, sebbene Bruxelles sia ovviamente da vedere, nutriamo qualche remora su Anversa. La città dei diamanti infatti, la più moderna e modaiola del Belgio, lascia qualche perplessità poiché il tempo è poco e non vorremmo sacrificare troppo la capitale. Cemmy suggerisce brillantemente una meta alternativa: Gent. Gent è una cittadina piccola oggi, ma fu la seconda città più grande nel medioevo, dopo Parigi. Da qui la sua importanza a livello storico. Cemmy, già stata qui, garantisce la bontà di questo avvicendamento. L’idea ci piace, vediamo cosa ne pensa Moana… Moana calcola il percorso e ci comunica che la deviazione non costituirà un problema. Siamo già nella direzione giusta. E Gent sia. La strada vola e in fretta arriviamo a destinazione. La giornata è grigia, dopo la fortuna dei giorni scorsi, incontriamo finalmente qualche goccia della celebre pioggia di qui. Parcheggiato il Fiestino, ci incamminiamo per le vie del centro di Gent, tra i canali e gli splendidi edifici in stile medievale. Colpisce molto l’architettura, ogni facciata sembra di un’altra era, in una incredibile varietà di stili omogeneamente fusi. E’ veramente sorprendente come gli edifici si siano conservati tanto bene, opportunamente valorizzati anche dalle costruzioni più recenti e dall’arredo urbano. Facciamo pausa ai bordi di un naviglio a consumare il nostro pranzo al sacco e salutiamo i battelli dei turisti.
Non c’è altro da aggiungere, il resto dei ricordi sono conservati nelle nostre ormai mal funzionanti menti. Rimane l’impressione finale di una piacevole mattina, trascorsa passeggiando amabilmente nell’atmosfera delicata di Gent.
Beviamo il caffè e di nuovo in macchina. Destinazione la capitale d’Europa. Dopo circa 50 km la città compare e ci addentriamo attraverso le grandi arterie stradali. Imbocchiamo un tunnel con grande disappunto di Moana. Usciti, la navigatrice blatera un po’, ma poi si tranquillizza e ci guida al parcheggio della stazione centrale, nel cuore della città bassa. Bruxelles è infatti divisa in zona alta e bassa, la prima dal tipico aspetto capitolino e sede delle istituzioni europee, la seconda costituisce il centro storico. E’ sabato e la città perde il carattere burocratico per trasformarsi in luogo di visita da parte di moltissimi turisti. C’è aria da capitale, Bruxelles ricorda Roma in molti sensi. La discesa nella città bassa si arresta al primo mercatino, dove alcuni di noi si soffermano sui prodotti di artigiani di strada. Io e Vera siamo colpiti da alcune sculture ed oggettistica di metallo ricavate principalmente da fil di ferro. Poi, proseguendo tra i vicoli tritacarne e i negozi di souvenir arriviamo alla Grand Place. Un passaggio obbligato sono le splendide gallerie, in stile art nouveau, dove le vetrine mostrano grandi varietà di cioccolato, specialità della casa, e gioielli. Arriviamo al dissacrante putto che fa la pipì sghignazzando, definitivamente lo sport nazionale qui in Belgio. Per non essere da meno, compro una spilletta raffigurante un omino che fa la pipì e la metto sui jeans, precisamente sopra ad un’altra spi Ricordo un infame senso di stanchezza, gli sfarzi dei giorni precedenti iniziano a farsi sentire. Poco male, di lì a poco avremo capovolto questo status. Già perché è arrivato il momento del Delirium. Più volte Cemmy, nei giorni scorsi, ci ha parlato di questo posto, il tempio della birra, dove si può scegliere tra una varietà di oltre 2000 birre, inclusa la nostra amica Birra Messina. Incontreremo anche Delia, compaesana felicemente trapiantata qui in terra vallone. Il delirium si presenta decisamente bene. Il classico pub nordeuropeo, grande ed accogliente, con ambienti divisi. Scendiamo nel salone di sotto e prendiamo posto su degli sgabelli intorno ad una grande botte. Sul soffitto sono appesi vassoi con le effige delle birre di tutto il mondo. Scorgiamo la Peroni e la Messina. E’ be Scegliere cosa prendere è un terno al lotto. Si va a tentoni, scoprendo di volta in volta sapori molto diversi. Spesso si “vincono” birre dolci, nello stile del luogo. Ricordo di aver provato un’ottima birra aromatizzata alla ciliegia, piaciuta anche alle ragazze, ma la migliore di tutti, su consiglio del ragazzo di Delia che qui fa il banconista, rimane l’Authentique bionda. Altra nota, le gradazioni sono decisamente alte, raramente sotto l’8%. Siamo in cinque, cinque birre diverse. Primo giro andato. Benvenuti al delirium. Mumble Mumble. Secondo giro. Ok, il riscaldamento è concluso. Delia ci racconta della sua vita qui a Bruxelles, mostrandosi pienamente soddisfatta di come le stiano andando le cose per ora. Io noto che c’è qualcosa di strano. Le fanciulle sono abbastanza agitate, ogni tanto si voltano verso il bancone incuriosite, poi si voltano scuotendo la testa. All’inizio, sovrappensiero, non capisco. Poi quando vedo che sono tutte rivolte verso Delia mi aggrego al discorso. La nostra compaesana racconta di come abbia conosciuto il suo incantevole ragazzo francese, di come lo abbia conquistato e di come alla fine sia scoppiato l’amore tra loro. E’ un climax di emozioni crescenti: le ragazze, circondate da un’aura di meraviglia, non si trattengono più, inebriate da quel misto di ciliegia, amore e incanto per quel bellissimo principe azzurro. Il tutto si conclude con un sospirone generale ed il commento sommo all’unisono: Minchia che soddisfazioni! Questo loro. E io? “Marco, compra le patatine!!!”- dalla regia. Umpf, sarà il caso che diventi un principe azzurro incantato anch’io.
Terzo giro. Togliamo la felpa va … Quarto giro, ore 7.45. Al quarto giro siamo fuori come i balconi. Partono le foto, gli abbracci, le risate, le teorie e le dichiarazioni: Marco: dichiaro ufficialmente che le birre belghe sono infernali! Cla: We enjoy Bruxelles, We speak like Se’m’nara! Sere: Marco ti voglio bene! Claudia, ti voglio bene più che a Marco! Doh! Accendo la mia sesta sigaretta della vita (tutte per un valido motivo) per celebrare il momento. Una manina però la raggiunge, la prende in prestito con l’inganno e me la fa letteralmente sparire da sotto il naso. E’ Serena. Doppio Doh! Un imprevisto ci ruba i successivi 30 minuti. Ma di questo non voglio parlare. Ci tengo solamente a ricordare che i futilissimi motivi che hanno generato la discordia non avevano alcun senso. Passato, da lì in poi sarà stato grandioso. Lasciamo il delirium in preda all’omonimo stato d’animo e Delia ci conduce ad un concerto poco lontano. Aspetta un attimo però, prima le patatine. Una porzione in quattro, io passo. (Sto scrivendo oggi, 13 maggio; sono tornato da una settimana. Ancora non sono riuscito a sentirne l’odore …) Gli ”Horses” sono un gruppo sperimentale. Si presentano vestiti da cavalli e cominciano a farneticare con chitarre, beat elettronici e synth. Ricordano un po’ lo stile dei Battles, penso. Belli, in quello stato, molto belli. Ci opponiamo a quei componimenti metafisici per circa mezzora, poi le ragazze devono necessariamente coprire il vaso di pandora che hanno scoperchiato mangiando quelle patatine. E’ stata sprigionata una forza gravitazionale immensa, che attrae dentro di loro le solite cibarie del giovane degli anni zero: la c.d. mitraglietta (una sorta di ustionante kebab), hamburger e le inevitabili patatine. Lasciamo il concerto. Accompagno le ragazze da un paninaro, loro organizzano il menu e, in men che non si dica, sono già spalmate sulle sedie a consumare i loro tesori. Io osservo divertito e penso che voglio un sacco di bene a queste fanciulle funky chic. Ho disegnato persino un cuore blu per Cla, sul suo viso, guancia sinistra, vicino agli orecchini a righe viola, dopo averle fatto compagnia nel prendere ordinazione dal simpatico turco. Alle 11:21 pm, come da annotazione sul fedele Moleskine, la nostra affezionatissima comunica alla platea: - Devo fare la cacca, ancora. Si è fatto tardi, sono un po’ preoccupato per il parcheggio, non essendo certo dell’orario di chiusura. Camminiamo verso la stazione ed incontro uno di quegli orinatoi di strada. Provo questa esperienza. Devo dire non male. Veloce e indolore. Ci tocca prendere la metro e fare qualche fermata. Non ci sono i tornelli, niente biglietto, siamo italiani. C’è l’aria del ritorno. Lasciamo indietro la notte di Bruxelles con un po’ di nostalgia. Ha cominciato a piovere e sembra già così lontana. Al parcheggio, una enorme freccia gialla chiude la parentesi delirio. Vedete per dove dovete andare - sembra dirci. Cemmy cerca di spiegarsi, gesticolando con lei, ma niente. La freccia ha detto basta.
Prima di tornare a LLN, accompagniamo Vera a Charleroi. Povera, ha l’aereo alle 6.30 del mattino e non ci sono modi per arrivare da Louvain. Il giro Bruxelles – Charleroi – Louvain è di circa 150 km. Con coraggio mi metto al volante e porto tutti a destinazione. Lasciare Vera all’aeroporto intorno alle 2 di notte è stato atroce. Ma non c’erano alternative, l’indomani mattina sarei tornato lì per consegnare la macchina e non era pensabile farcela per le 5. Con la partenza di Vera si è chiusa la prima parte del nostro viaggio, come a voltare pagina ed iniziare un’altra storia. Conservo nel cuore un gran bel ricordo delle sue dolci scelleratezze. Una nota di merito anche per Franco (il suo boyfriend ndr), in costante collegamento via telefono dall’Italia, che è stato parte della nostra avventura. Complimenti per il coraggio Frank! Arriviamo a Louvain intorno alle tre e la cricca di amici è ancora lì al Kot Erasmus. Dalla regia suggeriscono, “una zuzza a 6000, come gli assassini…prego”, rimembrando le gesta dell’uomo che sussurrava alle galline, il tormentone scellerato di questo aprile 2009. Qualche minuto e crollo. C’è l’altra stanza libera, stanotte dormo su un letto. E’ tardi, domani ci aspetta una giornata di viaggio. Prima di dormire guardo fuori dalla finestra e penso a quest’altra incredibile giornata. Mi sono addormentato ascoltando qualche canzone, così in ordine sparso. May 14 Belgiolandia 2009 – Capitolo IIICapitolo III – Rotterdam“inseguendo il Bianconiglio ho perso il portafoglio e mi son perso anch’io e lo sa solo Dio dove sono finito”
Pranzo del primo maggio in autogrill, insieme agli olandesi in modalità scampagnata pure loro. Risultati alterni. C’è un gran traffico e impieghiamo più del previsto ad arrivare. Effettivamente l’indicazione di Giancarlo si rivela fondata e solo grazie alla fidata Moana prendiamo agevolmente le vie del centro. A dire il vero qualche incertezza la buona Moana la dimostra, perché, quando lavori recenti cambiano il tracciato di alcuni incroci, sembra volersi suicidare. Comincia a blaterare “esegui inversione a U, consentita”. Spazientita. Moana Moana … Standby per un po’. Parcheggiamo in centro, stavolta niente chiesa, bensì una piazza circondata da grattacieli. Subito colpisce l’architettura degli edifici, insolitamente uno diverso dall’altro, ed ognuno speciale. Dopo l’abitudine di vedere stili molto uniformi, sia in Belgio che qui in Olanda, scopriamo una città eclettica, giovane e proiettata nel futuro. In questo senso lascio parlare le foto. Cominciamo il nostro itinerario un po’ a caso, finché non scorgiamo una biblioteca dove otteniamo da una gentilissima impiegata la cartina turistica della città. Ci suggerisce di seguire il percorso pedonale turistico, circa 3 ore attraverso i quartieri del centro. Il seguito è un susseguirsi spettacolare di emozioni. Rotterdam si fa scoprire un passo dopo l’altro svelando di sé sempre nuove bellezze, molto diverse tra loro. Coniuga il moderno con la tradizione, grazie anche al suo essere città di frontiera, e manifesta tutta la sua ricchezza, non solo attraverso l’architettura, ma anche grazie alla moltitudine di persone provenienti da tutto il mondo, che qui risiedono. Pare infatti che sia la città col minor tasso di nativi olandesi degli interi Paesi Bassi. Voliamo tra i cubi, i canali, la skyline del lungofiume, il ponte di metallo, l’area di ricovero delle barche, seguendo attentamente il percorso. C’è uno splendido sole e l’aria è fresca. Cresce la voglia di restare e finiamo per chiedere informazioni in un ostello molto carino, che però non ha disponibilità. Dopo circa 2 ore di cammino, decidiamo di fare una pausa per bere qualcosa, ristorarci ed usare il bagno. Ricevuti gli opportuni aggiornamenti sullo stato (dis)organizzativo degli stomaci, argomento di interesse generale, è arrivato il momento del relax in una delle numerose aree verdi di questi Paesi Bassi. Il “momento parco” segna le nostre giornate con regolarità ed è veramente un piacere spendere qualche ora sdraiati sull’erba, dopo una bella camminata. Siamo ora nella Chinatown di Rotterdam. Al parco, facciamo conoscenza con una certa Citral, olandese proveniente dalla galassia dei fusi. C’è un po’ di gente, tra cui spicca infinito un uomo dal gradevole aspetto, sulla trentina, barba incolta e capelli lunghi raccolti in parte sopra il capo. Quest’uomo mi avrà presto insegnato qualcosa di più sull’universo femminile. Già perché il momento è di grande interesse. L’individuo è in compagnia di un bambino sorridente: si lanciano la palletta, il bambino la prende, giocano, si rotolano nell’erba. Le ragazze apprezzano. Le ragazze ri-apprezzano. Le ragazze apprezzano così tanto da farsi beccare e lui, splendente di luce propria, ricambia il sorriso con dolcezza. Le ragazze non si tengono più. All’improvviso si sente ”ho detto basta!”, … … … … Stupore. E’ italiano! – Io gli rubo il figlio! - Inveisce la nostra affezionatissima. La celebrazione termina soltanto decine di minuti dopo. Nei miei pensieri mi convinco che alla fine non sia poi così difficile piacere alle donne, ma questa cosa mi manda un po’ in paranoia. Devo ammettere di aver provato una strisciante invidia, sbaragliato completamente ed incapace di comprendere perché non sia concesso al sottoscritto non dico il regno dei cieli, ma nemmeno un po’ di vana gloria. Sarà il caso che mi munisca di figlio anch’io. Passata la sbornia, è il momento delle patatine. La routine è importante, ragazzi. Viviamo un curioso siparietto con un cuoco, che, ignorandoci reiteratamente, induce noi giovani confusi a levare le tende e ripiegare su qualcos’altro. Le ragazze si danno al vegetariano, io alla monnezza. Si sovrappone poi l’esigenza bagno e, dovete sapere, risolvere la cosa non è stato semplice. Alcune toilette hanno un citofono al quale suonare per farsi aprire. Su suggerimento di una donna lì presente, la quale deve averci preso per celenterati, capiamo che basta dire: “per favore, toilette donna”. Però in olandese. Facile. Tuttavia, governati dalle forze oscure della scelleratezza, non riusciamo ad instaurare un dialogo con la voce dall’altra parte del citofono. La scelleratezza tocca la sua massima intensità quando la buona Vera, esasperata, decide di suonare il citofono, proprio durante la conversazione con la “direzione” del bagno: dr-dr-dr-driiiiiiinnnnn !!!! Sordità imminente per la povera impiegata all’altro capo del filo. Clic. Cerchiamo un altro bagno. Le fanciulle si avvalgono finalmente di una toilette di un pub, io le aspetto fuori. Forse ancora turbate dal “magnifico” di prima, mi confesseranno di aver fantasticato su di me. Che cosa, non si sa. Mi liquidano con un “non te lo diremo mai”, nonostante le mie minacce di ricatto. Il sole comincia a tramontare quando siamo di nuovo al punto di partenza. La città si accende. Le luci compaiono delicatamente, mentre il cielo si fa più rosa. Gli edifici sembrano vivi, ci sediamo su una panchina per goderci il momento. Di fronte a noi, sulla facciata del palazzo del Casino, compaiono delle vene di luci sulla facciata e una grande immagine di un bacio si illumina in trasparenza sulla parte superiore dell’edificio. Restiamo a guardarlo sgomenti, stanchi e colmi di serenità. Penso che sia frutto di puro talento l’idea di collocare un’immagine così romantica e struggente a dominare questa piazza così grande. In mezzo ai grattacieli, tra le luci della città, spicca questo gesto che annienta tutto il resto. L’estro e la poesia di Rotterdam ci accompagnano a malincuore alla macchina. Scendendo nel parcheggio sotterraneo, con la coda dell’occhio continuo a guardare fuori, incapace di lasciare dietro quello splendido momento. Resta il tempo per godersi la skyline dal lungo fiume, scattiamo qualche foto col cuore pieno di felicità per aver passato una giornata davvero indimenticabile. Il rientro è tranquillo, a mezzanotte Billy Joel riempie l’aria con “In the middle of the night”. Siamo senza cd e “Radio Nostalgie” viene eletta stazione preferita, proseguendo con All along the watchtower (Jimy Hendrix) ed Hotel California (evergreen degli Eagles). La strada procede sotto di noi. Mi sento benissimo. Arriviamo a Louvain intorno a mezzanotte, incontriamo Giancarlo. – Hai visto il mega raccordo? – mi chiede. – Megagalattico, Giancarlo, megagalattico. Sono andato a dormire pensando a quel bacio.
In the middle of the night May 13 Belgiolanda 2009 - Capitolo IICapitolo II – Liegi, Maastricht e La CasaSvegliaaaaa! Uhm … 5 minuti … ancora 5 minuti … va bene, ci alziamo. Il miracolo della vita ha luogo anche oggi. Al mal di schiena ci pensiamo nell’aldilà, direbbe Dente. Stamattina però i materassi di gommapiuma sdraiati sul pavimento ci riportano aldiquà. Ma lascia stare, siamo giovani e forti! Ci prepariamo in tempi ragionevoli, sbrighiamo qualche questione logistica e poi si parte alla volta di Liegi. Al parcheggio troviamo una sgradita sorpresa: una multa! 10 euro di sanzione per aver parcheggiato in zona disco orario, nonostante avessimo il bel permessino rilasciato dal campus. Che degrado. Saltiamo su e partiamo. E’ qui che incominciamo la nostra vacanza on the road. Moana impartisce direttive con voce fiera e ci guida nel groviglio vallone. E’ tutta pianura, la rete stradale è molto sviluppata e si può arrivare allo stesso posto passando da strade diverse. “Fra 500 metri alla rotonda prendi la teeeeerza uscita” Ad ogni rotonda ci finiamo per chiedere se sarà la terza uscita anche stavolta. All’inizio ho difficoltà a stare attento alle strade, ai belgi e a Moana contemporaneamente; le cose miglioreranno in fretta. Piccolo inciso: si dice “belga” al singolare, “belgi” al plurale maschile, “belghe”al femminile. La strada scorre sotto di noi tra boschi, campi e dolci collinette che ogni tanto interrompono la pianura. Si vedono i paesini a distanza, dall’autostrada. - E’ tutto così fottutamente verde - dice Cemmy, citando Funeral Party. Moana ha la buona abitudine di portarci al centro del paese. Ma proprio centro centro, di solito sotto la cattedrale (rigorosamente gotica) principale. Lasciamo la macchina nel parcheggio a pagamento, non esistono parcheggi liberi da nessuna parte. I belgi disincentivano l’uso dell’auto anche così. Liegi è una cittadina molto gradevole. Iniziamo la nostra passeggiata tra le viuzze del centro, tra bei negozi e una vitalità rigogliosa della gente. Arriviamo alla piazza principale, saliamo i gradoni e scattiamo qualche foto. Proseguiamo verso il fiume e lo superiamo. Il cielo è azzurro e l’aria fresca. Si sta veramente bene. Mi colpisce una scritta su un palazzo di fronte: ”fuck precarity!”. Che sia precarietà esistenziale o lavorativa, mi associo. Mangiamo una baguette alla piazzetta della chiesa. La mia aveva dentro brie, rucola e una indefinita salsa dolce che avrà finito per sdegnarmi. La questione del cibo e l’epopea degli stomaci disorganizzati sarà motivo di dibattito continuo, specialmente da parte di Vera e Cemmy, le quali, ad intervalli periodici, ci illustrano i risultati ottenuti in sede di evacuazione.
Effettivamente Mascrit (Sere dixit - vedi scelleratezze) è proprio un gioiellino. La conosciamo tutti per il famoso trattato con cui i governi europei si impegnano a mantenere in ordine i conti pubblici, affinché la moneta unica possa circolare. In ogni caso, la città è davvero bella. Molto curata e ordinata, è percorsa da diverse stradine che confluiscono in una grande piazza principale. Sul nostro percorso incontriamo tanti artisti di strada, tutti bravissimi. Vengo colpito da un “one man band” che racconta una barzelletta in inglese sugli italiani … tra clarinetti, tastierine e trombette. Nella piazza sentiamo un gran frastuono di tamburi, li raggiungiamo. Un gruppo di circa 20 ragazzi combina un esuberante fracasso con percussioni di ogni tipo, raccogliendo pertanto numerosi interessati.
E’ arrivato il momento della pausa – prato. Dopo un rapido passaggio sul fiume in un posto che si chiama Mississippi, conosciamo una simpatica olandese che ci invita al parco con lei. C’è un palco e la musica trash house raccoglie centinaia di persone. Beviamo una birra e ci sdraiamo sull’erba fresca, insieme agli altri ragazzi, lungo il canale. Che bello, siamo tutti pervasi da un senso di pace e tranquillità. Seguono risate in quantità, tra scelleratezze e le inevitabili patatine fritte. La sera pare non scendere mai ed è ancora giorno quando torniamo a Legoland (guardandoci bene dal fermarci in alcun autogrill), intorno alle 9. Ci aspetta la serata al “sert”. E’ l’ultima sera, poi i cercles chiuderanno. La comunità di Louvain è chiamata a presenziare l’evento in massa. E così sia. Dopo la solita introduzione a base dello gnomo a pecora, consumata in quantità alla festa di compleanno di una giovane fanciulla amica della nostra affezionatissima, ci facciamo coraggio e varchiamo la soglia de “La Casa”, il cercle più grande di Louvain. All’inizio abbiamo un po’ paura perché il nostro abbigliamento è del tutto inadeguato. Cla e Sere tamponano con le dottor Martens ai piedi, Vera, con 2 buste di plastica legate ai polpacci, protegge le sue nuove Converse violetto. Io niente. In ogni caso, per tutti, i jeans che avranno varcato la soglia della Casa, verranno ignorati per il resto del viaggio. Dentro è il putiferio. Siamo investiti da una cappa di aria sudata già dalle scale. Il luogo è ricavato in un grande scantinato, ci sono circa 2/300 persone, le pareti sono liquide per la condensa e gli altri liquidi organici di cui al capitolo I. Sulla sinistra si apre il bancone per le birre (2 euro ciascuna), sulla destra un percorso meno affollato diventa il nostro campo base. L’esercito del sert si distrugge in pista ballando la house di queste parti, equivalente alla nostra di quando si andava al liceo. Addirittura credo di ricordare un colpo di “What is love, baby don’t hurt me, don’t hurt me, no more…” Ovunque vedi ragazzi spintonarsi tra la folle folla con 4/5 bicchieri di birra in mano. Partono pieni dal bancone, arrivano a destinazione mezzi vuoti, riversandosi per terra lungo il tragitto in quel liquame fangoso sparso per tutta la sala. Resistiamo un’oretta. All’uscita vediamo i primi caduti, capovolti nella loro cena o appoggiati a qualche muretto. Le confraternite di studenti, che sono poi le artefici di tutto lo sterminio, si distinguono per l’abbigliamento. Mantello e Berretto sono i segni distintivi, il numero di spillette sul cappello ricorda le gesta del proprietario. Tutta questa nobiltà mette addosso una gran fame.
Cemmy resta lì a godersi la serata, io, Fabio e Giancarlo intavoliamo un interessante dibattito artistico sul cinema di Bruno Liegi - Bastogne – Liegi e finiamo inesorabilmente dal paninaro della sera prima. Stavolta durum, ovvero un panino arrotolato imburrato intartato accartocciato insalsato (con la mitica salsa samurai). Ricordo di essermi addormentato pieno come un uovo, sulle note del Bianconiglio. May 11 Diario di un viaggio in BelgiolandiaNon le sembra un controsenso scrivere un verbale? Dente
Capitolo I – Louvain La NeuveIl volo Ryanair per Charleroi parte a metà mattina. Sono arrivato a Roma ieri, ho trascorso il pomeriggio guardando le ultime cose, prendendo le ultime informazioni. Ci sono gli ultimi dubbi da sciogliere e uno stato di leggera preoccupazione ci avvolge, in vista dell’impegno.
Imbarco, si parte. “Papapaaaaaaaa! Il 95% dei voli Ryanair arriva in orario!” si bea il nostro vettore all’atterraggio, sparandoci un avviso a tutto volume! La Ryanair è una pubblicità volante. Anche questo pilota ha ricevuto l’applauso al momento dell’atterraggio. E’ una cosa assurda che si ripete migliaia di volte al giorno sui voli provenienti dall’Italia. Sui voli interni raramente si sentono i connazionali applaudire. Ma all’estero no! All’estero si applaude sempre, come per dire “ecco, gli italiani (e il loro carico di idiozia) sono arrivati!”. Più viaggio, più radico una profonda convinzione: all’estero sono più furbi di noi perché ci fanno credere di essere noi i più furbi. Non a caso, appena arriviamo ci sentiamo la musica di Al Bano alla radio. Benvenuti. Dopo un quarto d’ora abbiamo già la macchina. Nonostante numerose difficoltà, riusciamo a prendere alla TC Location, una ford Fiesta 1.3 diesel nera, con tanto di navigatrice satellitare. Cifra? 330 fiorini, che divisa per 5 (persone) e 4 (giorni) fa circa 16 fiorini e rotti al giorno. Affrontata adeguatamente la questione, ci siamo persuasi a noleggiare il Fiestino, nonostante il costo. E si sarà rivelata una grande mossa, in vista dei numerosi luoghi che avremmo di lì a poco visitato e che sarebbero costati una fortuna, avvalendosi in alternativa dei mezzi pubblici. Senza contare la meraviglia di alzarsi quando ci pare, senza essere vincolati da nessun orario e la tanto gradita (non solo alle femminucce) possibilità di utilizzare la macchina come punto logistico per le vettovaglie varie. Mi sento come Hannibal Smith, adoro i piani ben riusciti. E’ l’una circa, Vera arriva intorno alle 4. Abbiamo 3 ore e partiamo in perlustrazione. Inseriamo nel navigatore il paese più vicino, La Luvriere. E via. Questo primo impatto con la Vallonia è ampiamente positivo: c’è un verde stupendo, la strada attraversa la pianura e i paesi sono ordinati come si immagina. Arriviamo in centro e decidiamo di brindare con la prima birretta. Finiamo inconsapevolmente in un posto abbastanza insolito: il Palace de la Bier. Difficile da rendere a parole. Per chi è delle mie parti posso paragonare questo bar alla fusione tra il circolo ARCI, il Tabacchi Duilio, il Bar Igea ed il mitico Bar Italia di san Giovanni. Alcuni motociclisti, un fumatore di sigari, un odore acre ed un tizio che blatera qualcosa in fiammingo mentre faccio la pipì sono le immagini che ricordo.
Partiamo alla volta di Louvain La Neuve. Svoltata l’ultima curva, vediamo una persona curiosamente arancione saltellare come una scellerata. E’Cemmy che ci aspetta al parcheggio. Baci e abbracci ed una certa soddisfazione nel dirle “Eccoci qui, promessa mantenuta”. Louvain la Neuve è una Città – Campus. Nasce negli anni 70 con i primi insediamenti Valloni, a seguito della migrazione di questi dalla vecchia, tuttora esistente, Louvain (i fiamminghi sono gente abbastanza agitata, vedi la storia recente del Belgio per approfondimenti). Popolata in stragrande maggioranza da studenti, offre tutti i servizi necessari e una qualità della vita molto apprezzata dal giovane degli anni zero. Divertimento e relazioni sono impossibili da evitare, perché tutta la cittadina respira quest’aria di gioventù. Ma sa conciliare anche la produttività di un’ottima università, dal momento che, quando è il momento di studiare, le attività alcol-ricreative cessano per tutti. Ho fatto mia la definizione di Giancarlo (un simpatico pesarese amico di Cemmy che ricorderò per le sue acute e ciniche analisi della realtà): Louvain la Neuve è Legoland. Non solo per la conformazione architettonica, i palazzi tutti uguali di mattoncini chiari, ma anche per questo senso di giocosa devastazione che pervade il visitatore dopo qualche giorno di permanenza. Vi ricordate che bello distruggere i Lego? Come non sia esploso tutto, non si sa. So solo che non ho mai visto tanta birra tutta insieme. Dedichiamo il resto del pomeriggio ad organizzarci. Cemmy ci ha trovato alloggio all’interno del Kot Erasmus, ovvero una struttura preposta all’accoglienza dei neo arrivati studenti, in attesa che questi trovino una sistemazione. Abbiamo un letto a castello e due materassi. Poco male, ci arrangiamo. Mi tocca comprare un sacco a pelo, non ho lenzuola. Scelta compatta, amica e sincera. Mai partire senza … Il Kot Erasmus è sede di molte attività organizzate dagli studenti, in particolare feste ed escursioni. Ha un salone ed una cucina comune, perennemente infestati da ogni genere di sterminio,a giudicare dai relitti umani che russano sui divani al nostro arrivo. A tratti ci si sente in una discarica, ma i lati negativi (la monnezza ovunque e la mancanza di igiene) sono ampiamente compensati dal clima di accoglienza che troviamo. I ragazzi ci fanno sentire come a casa nostra. O meglio, quella è la casa di tutti … E quindi anche la nostra. Di fronte c’è un bellissimo campo da basket, sede di incursioni notturne con la palla a spicchi. Succede che la notte, tutti storti, ci si lanci in meravigliosi “uno contro uno” segnando dalla media, su un piede solo, con una mano sola, ed irridendo con una certa goduria il “tanto non segni” che mi arriva dalla regia… solo retina!
La serata prevede cenetta in compagnia. Le ragazze arrangiano pasta ai frutti di mare surgelati. Buona. Conosciamo tutta la combriccola degli amici di Cemmy, molto socievoli ed ospitali. La birra è già in circolo da ore, mi viene attribuito il ruolo di “stappatore ufficiale con l’accendino” dell’intero Kot Erasmus mentre Sere manda in delirio i pugliesi intenti a devastarsi peggio di noi: <<quello non è “l’apritore”, è l’usciere!>> alludendo ad uno di loro che si dilettava ad aprire e chiudere la porta a tutti da 20 minuti … Ecco come nascono i soprannomi che ti restano a vita. Da notare che tutte le persone con cui comunichi si presentano con gentilezza: ti stringono la mano i ragazzi, ti danno un bacio le ragazze. Questa cordialità finisce per creare un ambiente fantastico, in cui ci si sente veramente accolti. Per un attimo mi sento al Borgo di Milazzo, perché passo da un gruppetto all’altro, come se fossimo tutti amici da settimane. Alla frutta. Siamo finiti per brindare con le linguine ai frutti di mare invece che con le bottiglie… La deriva alcolica è abituale da queste parti, come del resto l’usanza di fare la pipì ovunque. Cemmy narra della leggenda dei Cercles, questi clubhouse dove i ragazzi si bevono l’anima a ritmo di musica abbastanza trash, la birra vola, si fa la pipì sui muri, il tutto in un microclima subtropicale che condensa il sudore sulle pareti. Ti servono stivali e jeans da guerra per entrarci, perché si crea per terra un misto di pipì, birra ed altre cose a cui non voglio pensare. Ho notato scarpe e jeans abbandonati fuori dalle stanze.. Sono talmente sporchi che i ragazzi li lasciano proprio fuori dalla porta. “E’ l’esercito del sert” - penso io citando Vasco Brondi… Ma è un’usanza radicata: chi mette piede a Louven la Neuve, ci deve andare. La serata finisce con un super panino pieno di qualsiasi cosa, un concertino di spagnoli chitarra e pentole (Qualcuno dice “Cavolo, c’è Roberto Pino pure qui!”) più la conoscenza del buon Fabio e di una sua amica olandese. Ricordo di essermi addormentato sorridendo. May 07 Cominciando dalla fineSono andato via in punta di piedi Un abbraccio e un bacio silenzioso Poi di nuovo occhi chiusi, come la porta dietro di me
Gioia, Lacrime ed io, soltanto io, col mio maledetto silenzio.
Di nuovo divisi, giusto così. E’ stato bello, ve lo racconterò a modo mio.
Indicazioni stradali per Rotterdam, Paesi Bassi 2.341 km – circa 23 ore 25 min December 29 Zuzzatour II & Happy new YearDecember 27 Ultime News per lo ZuzzatourOk giovani, allora si parte.
Appuntamento alle 6.30 al monumento ai caduti.
Ricordo che le 6.30 (sei e mezza)
significa sei e mezza. Scusate il pressing, ma cercate di essere
puntuali. E tenete i telefoni accesi...
Bollettino della neve: purtroppo
gli impianti sono ancora chiusi sia a nord (Linguaglossa) che Sud (Nicolosi).
Stasera si decide il versante, si va dove c'è più neve.
Meteo: previsto nuvoloso, ma senza
precipitazioni. Copritevi bene!
Tutte le news: www.etnasci.it
Passate parola!
Marco
August 30 Iddu100.000 passi, lacoste viola zuppe, silenzio e respiri misurati un sole si spegne lontano in un cielo indiviso dal mare la terra trema ad ogni esplosione e io guardo galleggiare le perle ad ovest, le luci della terra ad est e una corona infinita di stelle avvolgermi. Sto seduto sul bordo del cratere e penso di essere fortunato. Sono qui, in questo luogo d'incontenibile bellezza. La mente si svuota, i pensieri sono rimasti a casa, ancora una volta realizzo l'armonia delle cose. 25/08 - Climbing up Mr Stromboli, niente amici, solo Io e "Iddu", come lo chiamano gli indigeni #1 Greatest hits 2008 On air: Me, until it comes May 29 Zuzza Tour IIVOLI RYANAIR PER LO ZUZZA TOUR II Care lettrici e lettori, l'estate si avvicina e io partirei volentieri per qualche destinazione europea... Rispetto all'anno scorso i voli sono decisamente più cari. Ho fatto una ricerca sul sito ryanair e le migliori soluzioni sono quelle che seguono:
I migliori che ho trovato
Il prezzo riportato non include il bagaglio. Chi vuole il bagaglio sborsa 15 Euro in più per ogni volo (30 Euro A/R) Io voto per:
Tempus fugit e ogni giorno che passa costa di più, aspetto proposte.
Cià
May 02 1 maggio tutto l'annoRidere, ma quanto ridere.
Dal calcio balilla umano al pepantropo. Un abbraccio, buon viaggio. November 19 Il mio pomeriggio dentro al FlipperSveglia ore 11. Digiuno. Colazione Banana e Colombia (quella bella). 45 minuti di attesa. Poi il parco. Lo splendido parco. Ridere. Tanto ridere. La percezione si è fatta più acuta e le gambe molto leggere. Camminare. Camminare fino all'orchestra Rom. Il flauto e gli uccelli mi hanno investito coi loro suoni, a volte sgraziati a volte malvagi, comunque potenti. Poi il bosco col tappeto di foglie, dove perdersi e ritrovarsi succede continuamente. Le urla di un pazzo da lontano, che paura che mi avranno fatto. Il labirinto di esagoni dai sette lati, con dentro solo terra nera. Passato il riso, si sono accese le luci. Ho volato sulle foglie e l'erba ha respirato. Com'era soffice quel manto verde chiaro. Ho visto un uccello stare su una zampa, un salice piangente ci ha rapiti tra i suoi intrigati rami. Al posto di crescere verso l'alto, per cogliere i raggi del sole, cresce di lato, per nutrirsi. Ricordo le fronde, si muovevano lasciando scie. E poi c'era un tronco con un buco al centro. Il buco aveva dei contorni definitissimi e i tratti esterni erano in grassetto. Era tutto bellissimo. La luce restituiva agli occhi un quadro fatato, coi bambini olandesi sembrare folletti lontani. A tratti ero in un disegno avanzatissimo, generato da un animatore giapponese nel 2026. Le ragazze erano stupende, avvolte dalla luce e brillanti negli occhi. Poi è cambiato. L'alternanza del sole ha generato visioni più cupe. L'ombra nera, la natura diventata matrigna, il fango sembrava sabbia mobile, alcuni alberi trappole. I volti blu, quasi marci. Senso di colpa. Paura di uno di noi, incombeva alle spalle. Ho dovuto scacciare questa fase pensando a qualcosa di bello. Ho pensato a mia madre. Ricordo che le foglie schiacciate al selciato di tera battuta sembravano le squame di un serpente. Il percorso in rilievo ne costituiva il corpo. Ho notato in lontananza un albero strano, mi sembrava un candelabro. Ho provato piacere ad attraversare la strada e a vedere i volti della gente. Le bici erano missili velocissimi, facevo fatica a schivarli. Una signora portava se stessa su una carrozzella. Le uscite del parco ci risucchiavano, volevamo scappare. "E' un piacere parlare con te. Parli poco ma dici sempre cose interessanti e acute. Sei un tipo curioso. Io invece parlo troppo e spesso a vanvera". Così dissi al Bonci. Poi ho chiamato Serena e ricordo solo di aver chiuso la telefonata perchè il terreno stava evaporando. Infine una via piena di negozi, tra cui uno, pieno di quadrati verdi, ha aspirato me ed Aurelio. dopo 5 secondi siamo scappati. Quello era un alveare. Ultimo ricordo, prima della coca cola: Galles - Irlanda del Nord 2-2. I calciatori erano bellissimi e si muovevano velocemente. E' finito tutto alle 5:30. Restano questi frammenti e qualcos'altro. Bellissimo.
Non è cosa vedi, è il come. August 17 District and Circle Lines - Westbound Platform 1…e finalmente ho ritrovato
I VOTI DA 0 a 5 NON SONO PREVISTI*.
VOTO 6
VOTO 7
VOTO 8
1. Senza Seminara non mi diverto!; 2. I parchi di chiusi sono tutti notte; 3. a mugghieri china…e a butti ‘mbriaca; 4. (H)assurdo cosa accadde…; 5. Alzatevi ed andatevi – Rotella dixit; 6. Porco 2 Bastardo (sibilare leggermente la “s” per una corretta pronuncia); 7. ‘Thanghete (Stanghete, variante Acacia); 8. Sorry!!! (pronunciare con la “y” in falsetto immaginandosi la giapponese seduta sul water, please); 9. Non ci scassari i paddington! 10. Semy apre la porta in piena notte. "Seminara,cosa fai?" "luce! · All’Acacia Hotel ed al pachistano detto anche “Tolleranza, ma fino ad un certo punto”. · Al TESCO ed alle Baguette col salame salvatrici. · Alla Ferramenta Psichedelica. · Al gioco del Nonno. · Ai tre vecchi amici di Milano incontrati per caso ad Oxford Street. · Ai saccheggi dei negozietti. · Alla Toilette meccanizzata gratuita di Portobello road. · A Gaia ed alla sua sorprendente follia. L’assalto a Sendineros con manette in pugno resterà negli annali. · A Fabrizio che Mercoledì sera mi ha cantato a cappella “La verità” (che è la sola sostanza che potrà salvarci). · Alla Guida Lonely Planet che ha fatto il suo dovere. A Federico che ha fatto le mie veci venerdì sera. · Alla rete metropolitana ed ai dibattiti sul percorso da prendere per raggiungere questo o quell’altro punto. · Alla Pioggia ed all’inutile mantellina dell’Appoggio. · Al cambio del biglietto che mi ha permesso di restare fino alla fine.
VOTO 9
VOTO 10 Alla scintillante Londra che ci ha regalato tante cose.
A (in ordine sparso) Pippo Sendineros, Cemmy, Fabrizio, Emanuele, George, Mirko, Federico, Pietro, Luca, Claudia, Serena, Margherita, Mahatma, Melo, Gaia, Roberto, Ale, Pippo, Dario, Appound, Loris. Ricordiamoci del lungo abbraccio. A Steddomi, che più volte è stato con noi.
All’alba al Tower Bridge: Ho fumato la terza sigaretta della mia vita. Per una buona causa, come le altre 2. -Di là, Marco, passiamo dall’altro lato -No ragazzi, credo ci sia una scaletta. Si, c’è. Figuriamoci se gli inglesi non mettevano la scaletta. L’ultimo gradino è stato un soffio di bellezza. Mi è venuto in mente L’Appomagic e ho fatto un salto fin dall’altro lato.
Al Millenium Bridge Guarda. Ti credevo fredda e invece sei la più profonda. Ricordo quando ti parlai per la prima volta. Adesso siamo grandi amici. Siamo qui, tu sei felice, io anche. Non manca niente. Lo so, è temporaneo. Lo so, finirà. Ma abbiamo scoperto cosa abita dentro di noi. Ed è bellissimo. Guarda.
...E nonostante il cuore infranto, da lontano, ho voglia di esser grato Morgan
*VOTO – 1
July 03 Berlino parte primaIl Trinacria Express lascia la stazione di Palermo alle 7:10. Destinazione aeroporto Falcone-Borsellino.
Avevo fatto una promessa circa un anno fa: venire a Berlino a trovare la mia simpatica/elettrica/splendida cugina Randeau, che lì vive ormai da settembre, per l'Erasmus. Le meraviglie della vita low cost hanno raggiunto la nostra isola sotto forma di TUIfly, compagnia aerea di bandiera tedesca che collega la Germania con tantissimi aeroporti. Con poco più di 100 euro sono riuscito a trovare un volo per la capitale.Compagno di viaggio il buon Roberto che, da uomo di mondo, non poteva perdere l'occasione di un viaggio nella città più magmatica del continente. Già, le aspettative sono del tutto assenti, ma pare che in questa città ribollisca un pentolone di correnti, movimenti, tendenze davvero originali. La curiosità è enorme, siamo davvero presi bene.
Il viaggio sull turbogetto di circa 2 ore e 40 viene trascorso nel seguente modo:
Aspettiamo Alessandra all'uscita, è un po' in ritardo e ne approfittiamo per ammirare un gruppetto di giovani e baldanti fanciulle, nutrite a milk und Kartoffen e decisamente cresciute bene. Eccola, baci e abbracci matti. Ritrovo Ale un anno dopo con la sua stessa incredibile carica positiva. E' una persona capace di riempirti di gioia e di vedere sempre il bello nelle cose (www.myspace.com/_randeau) . Spendiamo 25 euro cash per un abbonamento settimanale e ci lanciamo prima su un autobus e poi sul ring, cioè l'anello ferroviario esterno che circonda Berlino. Raggiungiamo casa di Ale in un'ora circa. Durante il tragitto cominciamo a notare la stravaganza di questa metropoli, grazie ad un tizio vestito di nero, biondissimo, sulla trentina, genere Conan il punk, il quale ci abborda in metropolitana e convince Ale a donargli un euro in cambio di un foglietto antistress, sul quale una scritta, ripetuta molteplicemente ad alta voce, avrebbe dovuto incrementare la qualità della vita del cosmo. La casa di Ale è davvero splendida, tutta rivestita in legno, minimale e disordinatissima. Disporre di una camera singola a Berlino costa circa 250 Euro al mese, ma le case sono tutte di alto livello e il paragone con le nostre città è disarmante. Conosciamo JOUBA(http://www.myspace.com/jouba) , il coinquilino omosessuale dall'approccio facile, alle prese con un rapido pranzo e in partenza per il Fusion (il nome è già un programma), festival di musica elettronica a circa un'ora di treno da Berlino (lo so, perchè non siamo andati? ci volevano 100 fiorini...). Ale ci racconta dello stile di vita di qui. Ci parla di Jouba e dei suoi amici i quali un po' simboleggiano la situazione generale, molto libertina in fatto di gusti sessuali (la bisessualità non è affatto rara), piena di eccessi, soprattutto chimici, e di un generale sballo collettivo. La cosa soprendente (ed ammirevole se volete) è la capacità che c'è di mescolare le follie ad uno stile di vita comunque produttivo. Il tutto nel rigoroso e scintillante ordine tedesco. Jouba sarà stato il Genius Loci (lo spirito del luogo) e al grido di JOOOUUUUBAAAA ci saremo lanciati nei giorni a venire in avventure colorate ad evocazione della sua magnificenza. Il racconto che più mi ha colpito ha riguardato tale aerobic party (le foto sulla spaces di Alessandra meritano di essere viste), dove decine di persone vestite con tutine e drappelli riesumati dagli squassanti anni 80, munite di poderosi sterei a spalla, hanno disperso per la città danze e feste, da lavanderie a fermate di metropolitane a pizzerie a piazze, nella silenziosa e tollerante incredulità della gente. Follie trascorse senza lasciare segno,a parte qualche arrestato dalla onnipresente Polizei. Ecco il link per farsi un'idea dell'aerobic party: http://s189.photobucket.com/albums/z120/aerobic_photos/?start=20.
...continua November 16 Polvere NeraLa sveglia atroce reclama attenzione. Io la ignoro un paio di volte, ma alla fine le dò retta. Oggi porto i nostri occhi a vedere la luna. Alle 9 siamo in macchina. Daniele Silvestri, fino a Giarre. Da lì Interpol ed infine Sigur Ros, dalla metafisica Zafferana in poi. Il Mongibello si avvicina, sovrastandoci sornione con la sua imponenza in questa giornata senza confini tra cielo e mare. A metà strada, compare la baia di Catania, con il suo golfo pronunciato come se la piana un tempo giallo-verde, oggi ricca di sfumature di grigio, abbracciasse il blu del mare di Grecia. Zafferana passa veloce, con i suoi pavimenti lavici e il suo ritmo da cittadina ridente. Chissà cosa si prova a sentirsi parte di questo incerto paese. Mi piace pensare ai cittadini come velati da quel senso di precarietà, regalato loro dalla Montagna, che col suo sbuffare ricopre di cenere codesti luoghi. La strada si inerpica, pulita ed ordinata, come un fiume al contrario. La vedo perdersi in alto, con qualche sagoma di autobus nascosta tra le curve. Il termometro porge i saluti alle temperature marine e dà il benvenuto alle montane. Saliamo, lasciando indietro civiltà e boschi, ed apprezziamo gradualmente come le colate passate abbiano regalato ai nostri occhi un incanto mozzafiato. Ci fermiamo per troppa bellezza. Respiro l’aria e sa di buono, di incontaminato. Dopo una breve visita ai crateri Silvestri, ad Etna Sud, vicino al rifugio Sapienza, lasciamo la macchina e proseguiamo a piedi. Un signore chiede un’offerta per il parcheggio. E’ un segnale premonitore. Proseguiamo infatti verso la funivia, ci mettiamo in coda e con gli occhi sconsolati vediamo un 45 di fianco ad una simil “E”. Tanto ci viene richiesto per godere del fuoco. Funivia + Torpedone + Guida Alpina (obbligatoria) = 45 fiorini. Abdichiamo Guida e Torpedone, ma non va tanto meglio. La corsa su e giù del metallico equilibrista viene 24 euro. Siamo qui, glieli diamo. Il cassiere indossa il passamontagna e mangia i nostri soldi dal buco del vetro. Niente tappeti rossi, né bevande saporite comprese nel prezzo, bensì una mezza spelacchiata cabina 29 con vetri intagliati di scritte del tipo “Luca infinito amore mio”, “Messina merda”,”Dio c’è”. Elevandosi, la brutalità del paesaggio aumenta ulteriormente. Noto i resti della precedente funivia, masticati e digeriti dal fiume rosso del 2003. Scendiamo a quota 2500 circa, dove non manca una jeep della guardia di finanza con una bella scritta: UNITA’ CINOFILE. Cazzo Egidio pure qui, penso… Il tragitto fino alla colata di quest’anno è di circa 5 chilometri. Ci incamminiamo con orgoglio mentre dai torpedoni ci guardano con manifesta soddisfazione. L’aria è più leggera, il sole più chiaro e si sta davvero bene. La strada è tracciata nella lunare sabbia nera; qui e lì, la non disciolta neve invecchia le creste, mentre qualche povero arbusto resiste stoicamente a questa disumana avversità. L’Etna è quanto di più feroce si possa immaginare. E’ l’inesorabile violenza, manifesta nei neri deserti, a dimostrare la sua grandezza. Il colosso domina in alto e la pietra scura ci circonda, dispersi in questo lirico inferno sconfinato. Si dice che l’Etna sia la luna. Scriviamo sulla sabbia con la pietra lavica, in un gesto di riconoscimento e di rispetto verso il gigante. Io scrivo Bendicò e poi tiro una palla di neve. Camminiamo per circa 2 ore, fino a raggiungere una sommità esposta a valle. La colata è distante circa 500 metri in linea d’aria, ne vediamo il vapore esalare dalla terra. E’ sufficiente. Torniamo indietro. Resta da citare una fame terribile, placata da un torbido arancino impreparato, e soprattutto gli amici B&B (Bill e Brian), coppia di gay britannici in attesa spasmodica di un bus per Taormina che riescono a saltare sulla Bendimobile con un bel “can you give us a lift?”. Detto questo, tutto il resto è, come spesso, banalità.
Io? Felice. Come sempre, la vera conciliazione dell’uomo sta nella natura. Questa estremità del mondo, oggi, per me, è l’estrema pace. Accanto a me, la luna mostra la sua gravità. La guardo e mi sembra di conoscerla da sempre.
August 28 Dove sei stato? a Msterdam! - Capitolo IIVenerdì 25 Agosto – Esperienze (sovran)naturali Oggi ho uno scopo, uno scopo chiaro e definito. Voglio mangiarmi i funghi allucinogeni. Ci svegliamo ad un orario appropriato, circa l’una. Subito una bella zuzza, questa volta la migliore consolatrice fra le consolatrici: la superskunk! Dopo un bel piatto di pasta, scendiamo di sotto al coffeshop a bere un caffè e mangiamo la space cake, che in realtà non è altro che una tortina aromatizzata alla marijuana. Non sento alcun effetto. Forse perché sovrapposto alla nostra affezionatissima S.S. Oggi arriva l’ultimo di noi, Cavi. Anche lui è venuto solo per qualche giorno. Il clima è sempre goliardico e, come ogni giorno prima di uscire, occorre affidare l’investitura allo Zio Borra, notoriamente il più fuso del gruppo. L’investitura è stata assegnata da Leo, col nome di “Citronella”. La Citronella prevede i seguenti passi: 1. Immobilizzare lo Zio; 2. Svestirlo; 3. Smutandarlo; 4. Citronellarlo. Il punto 4 consiste nello spruzzare sulle pelotas dello Zio un concentrato aromatico di limone. La confezione “a pompetta” è utilissima allo scopo. Prima di partire verrà sperimentata la super Citronella, con l’utilizzo del guanto da parte del Manni con inserimento del punto 3bis, ovvero lo scappellamento. Scene di degrado. Che schifo. Un branco di scemi. Le lettrici penseranno quanto sono coglioni i ragazzi quando stanno assieme. Io dico loro che il racconto è solo parziale! Molte cose sono state omesse per non diffamare i responsabili e per non offendere il decoro di nessuno… Decidiamo di fare un giro con il barcone, ma prima… baretto, birretta, zuzzetta, cabinetta, paninetto. Organizzarsi sarà sempre così. Verso le 4 abbondanti finalmente saliamo sul battello e per 10 euro compriamo un giro di circa un’ora. Ho pubblicato qualche foto a riguardo. Mi sono sentito un banale turista, ma il giro è stato piacevole e rilassante. Ceniamo verso le 8, in un ristorante con un simpatico cameriere italiano. Dopodichè lasciamo passare un paio d’ore che trascorriamo in ostello. Occupiamo il resto della serata come al solito: baretto, birretta, zuzzetta, cabinetta, paninetto. A questo punto va affrontato il discorso funghi. Anche in questo caso cercherò di mantenere uno spirito giornalistico. Nei coffee shop vi sono degli opuscoli che spiegano uso e parametri. Sono prodotti naturali, non vi è nulla di artificiale in essi, e vanno semplicemente mangiati. Una scatola è un full – trip, ma, ci spiegano, conviene dividerla in due per evitare effetti troppo devastanti. Le origini sono diverse, dal classico pejote messicano, estremamente allucinogeno, fino ai funghi thai, più allegri e divertenti. I menu illustrano la descrizione degli effetti secondo i parametri Visual (allucinazioni), Fisical (attivismo fisico o infosso), Happy (Felicità) e Fun (allegria). Ci spiegano che è necessario prenderli a stomaco vuoto ed in compagnia, per evitare di sentirsi “diversi”durante il viaggio. Questa è una sensazione piuttosto comune, ovvero non capire se le persone in tua compagnia stiano provando le medesime tue percezioni. L’effetto dura ore, ma si può interrompere per qualunque motivo mangiando qualcosa ed assumendo tantissimo zucchero. Il sapore è terrificante, un misto tra l’amaro e il viscido. Ora proverò a descrivere il mio viaggio. Molte delle cose che dirò sono frutto di ricordi e potrebbero sembrare banali. In realtà, quando le stai vivendo, sembrano le esperienze più intense mai sperimentate. Trascorse un paio d’ore dopocena, tagliamo a pezzettini e condiamo con il limone (di cui sopra) i nostri funghetti Tailandesi. L’effetto atteso è un senso incredibile di felicità, seppur scarsamente allucinogeno. Il sapore è davvero indescrivibile, riesco a malapena a mandarli giù. Ne prendo circa mezza scatola e aspetto circa un’ora prima che l’effetto si manifesti. Dapprima mi sento strano, sento le gambe andare per i fatti loro e un senso di pesantezza. Poi il delirio. Mi ha preso un senso di felicità cosmica universale. E tanto ridere…ma non ridere come se divertito da qualcosa, bensì proprio ridere di felicità. E’ stato come se Fabio Grosso fosse lì accanto a me per circa 3 ore…Sono andato in fissa per un sacco di cose. Già, l’altra anormalità era la fissa per le cose! Fissavo gli oggetti attentamente carpendone i segreti. Prima ho cominciato a vedere salite dove non ce n’erano e gradini al posto dei mattoni del selciato. Poi abbiamo bevuto una birra in un bar di ricchioni, che in realtà ricchioni non erano. Io ne ero fortemente convinto e continuavo a dirlo agli altri. Ho creduto che anche gli altri fossero ricchioni o che mi assecondassero. Sta fissa dei ricchioni è andata avanti per un sacco. E nel frattempo ridevo come un cretino. Poi ho visto una ciclette stranissima (c’era davvero) parcheggiata vicino a delle bici e mi si è scatenato in testa un manicomio di pensieri sul perché e cosa ci facesse lì, se fosse stato possibile andarci in giro in qualche modo. Poi ho visto una donna sedersi su un cane (che in realtà era una borsa) e le dicevo - nooooo, non sederti! -. Altra allucinazione è stato il marranzano liquido che si muoveva da solo nelle mie mani. Ho telefonato a mio cugino Claudio e non so cosa gli ho detto, ma ricordo che ridevo come un pazzo. Vedevo le facce deformarsi in meglio e il mio amico Enrico storto e gobbo. L’ho chiamato Geppetto tutta la sera. E sempre ridere, felice come un cretino. I riflessi del canale sembravano facce e l’acqua yogurt. Ad un tratto volevo gli amici e ho scritto un messaggio – dove sono gli amiciiii? –e non so a chi l’ho mandato. E il tempo non passava mai! Guardavo l’orologio credendo fossero trascorse ore e invece erano trascorsi minuti. Tutte cose che, a dire, sembrano strane, ma, credetemi, le vedevo veramente. L’effetto è durato circa 4 ore, le 4 ore più assurde della mia vita. Alla fine mi sentivo molto in forma, nonostante fosse già notte inoltrata. E tornato all’ostello, ho avuto un picco di lucidità incredibile. Mi sono sentito come pervaso dalla conoscenza, ricordo che cercavo di analizzare i fatti in modo puntuale e clinico. – Non può essere vero quello che ho appena vissuto - mi ripetevo a nastro. E non ero per nulla stanco. A quel punto gli altri erano tutti collassati. Io ho preso tutto il necessario e ho fatto una super zuzza personale con il polline, una varietà squisita di hashish. L’ho fumata da solo e, sconvolto da quanto appena successo, ho preso l’Ipod, ho chiuso gli occhi e ho ascoltato Battiato per circa un’ora. Addormentarsi così è stato incantato. E’ davvero inconcepibile pensare che delle sostanze così potenti siano di origine naturale e vendibili tranquillamente a tutti. Tutto questo non può essere vero…
Sabato 26 Agosto – Arrivederci? E’ una parola grossa… A volte, ci guardiamo intorno e ci sembra di essere in un paese dei balocchi. Tutto è permesso, ogni moralità abbandonata e si è liberi di accettare o rifiutare. La bellezza sta in questo, nella libertà, ma si sa che l’uomo è debole…Saprà mai convivere con l’eccesso di libertà? Pare di no. Dell’ultimo giorno non ho molto da dire. L’ultimo giorno, come tutti gli ultimi giorni, è dedicato ai souvenir. Zoccoli (zoccole?), formaggi e felpe arancioni. Non per me, che ho finito i soldi e sono rimasto coi debiti. Gli amici del lago lavorano tutti e non badano a spese. Io sono un po’ in difficoltà in questo e il meccanismo della cassa comune mi ha prosciugato. Devo dire di essermi divertito molto, ma rimpiango la presenza di 2 o 3 figure strategiche con le quali vorrò tornare in futuro. Come ogni mattina, ci svegliamo e per prima cosa facciamo una zuzza enorme. Oggi è il turno della Crystal consolatrice. Il sabato è trascorso più o meno in coma, un po’ annoiato dai giri per i negozi e per non aver visto alcune cose della città, quali il museo Van Gogh e il parco. Si sa, in compagnia ci si adatta e la nostra compagnia è qui per un addio al celibato, quindi, dopo il giro souvenir, nuovamente baretto, birretta, zuzzetta, cabinetta, paninetto… Decidiamo di partire dopocena e trascorriamo qualche ora di riposo. Io mi sparo due ore di sonno e una bella doccia, mentre incalza la battaglia dei calzini del Frosio. Credetemi, dei calzini così putridi non ne esistono. Un’intera mansarda contaminata chimicamente. Solite goliardie sul coltellino svizzero di Ivan e un’altra super citronella e poi usciamo a cena, per una pizza. Abbiamo portato il furgone 9 posti sotto l’ostello, quindi carichiamo tutto e verso mezzanotte siamo pronti a partire. Il viaggio di ritorno è stato a dir poco avventuroso. La distanza è pari a circa 1200 km. Abbiamo a disposizione un navigatore satellitare – detto Neverlost – il quale ci condurrà diretti alla Malpensa, per lasciare il minivan a noleggio. Mi dispiace viaggiare di notte, non posso godermi il paesaggio. Piove. Fuori Amsterdam, ci fermiamo per fare benzina ed incontriamo decine di ragazzi e ragazze provenienti dal Mystery River, un rave diurno all’aperto appena conclusosi. A saperlo…a giudicare dalle ragazze, doveva essere una bella festa!Vabbè, ripartiamo e dopo 200 km troviamo un muro di luci che ci impone l’uscita dall’autostrada. Siamo nei pressi di Colonia e i crucchi maledetti non hanno pensato a indicare una via alternativa. Neverlost ci porta sempre verso l’autostrada, che però è chiusa e perdiamo un’ora in giro per Colonia. Siamo nel bacino industriale della Ruhr e finiamo per le vie del complesso della Bayer, un colosso davvero. Alla fine impostiamo il navigatore su Bonn e riusciamo a riprendere la strada. E pure Colonia l’abbiamo vista. Mi spengo fino alle 7 del mattino, quando facciamo sosta per la colazione. Esco con il mio latte in mano e vedo una pattuglia della Polizei a fianco al nostro furgone. C’è puzza di whisky perché ho rotto la bottiglia e il mio maglione ne risente, lo sbirro ha messo il naso dentro il van e adesso…una bella perquisizione a tutti e nove! All’inizio tensione. Si sa, non abbiamo niente di illegale, ma tra residui e ricordini chissà come finirà. Enrico viene sottoposto al test delle urine che rivela cosa hai preso in un istante. Per fortuna niente, il buon Enrico non aveva né bevuto né fumato. Noi tutti siamo stati perquisiti nel freddo più atroce senza poter prendere neanche dei vestiti per coprirci. A due di noi, Cavi e Frosio, vengono aperte le valigie. Cavi tutto ok. Frosio? Il poliziotto trova i calzini e sul suo volto si dipinge un’espressione davvero ridicola. Scoppiamo tutti a ridere come degli scemi, sbirri compresi. Alla fine tutto ok, per fortuna non hanno visto lo sbriciolatore che portavamo con noi. Abbiamo però perso più di un’ora. Alla frontiera con la Svizzera c’è stato il secondo round. Questa volta solo controllo dei documenti. Alla dogana italiana niente, prego avanti. Arriviamo a Malpensa intorno alle 2, quasi 14 ore dopo essere partiti. Lasciamo il furgone e in meno di un’ora siamo a casa.
Difficile concludere un racconto del genere. Penso che tornerò ad Amsterdam, probabilmente con persone diverse e, affettuosamente, meno agitate. Questa città merita di essere visitata in modo molto approfondito. Credo che libertà, tolleranza e rispetto difficilmente camminino a fianco. Questo luogo, seppure controverso e, per certi versi, incosciente ha saputo darmi una prospettiva diversa riguardo certe questioni. Soprattutto riguardo alle droghe, si capisce come un’altra via può essere possibile, anche se Amsterdam stessa non ha ben capito quale sia. In questo senso sarebbe curioso vedere come funziona nel resto dell’Olanda, dove molti eccessi non sono permessi. Certo, resta sempre il Paese dei balocchi e per fortuna la pianura aiuta l’incedere degli sfattoni. In un bel momento mi sono appoggiato ad una casa, esausto. Sarà per questo che le case sono storte? Dove sei stato? a Msterdam! - Capitolo IDove sei stato? A “MSTERDAM”!
Mercoledì 23 agosto – La partenza dalla Sicilia L’album è quello più bello del mondo. Le note di Ok Computer impongono di scrutare questo tramonto dietro le eolie, mentre il treno lascia la verdognola stazione di Barcellona Castroreale. Il cielo è di un blu violento, di una bellezza disarmante. Il mare (come direbbe qualcuno ndr) sembra un pavimento viola ametista; vorrei camminarci sopra. Lascio questa controversa estate giocando un po’ coi luoghi, mentre con gli occhi cerco di scorgere casa mia in lontananza, dal finestrino di destra. Penso, come spesso accade, che avrei desiderato di più. Me ne vado così, un po’ triste e un po’ sereno, exit music for a film. Ho deciso veramente di andare ad Amsterdam solo pochi giorni fa, nonostante il viaggio fosse pianificato da tempo. Scopo della missione: festeggiare l’addio al celibato di mio cugino Luca, detto Manni, prossimo alle nozze. Quale luogo più adatto? Originariamente avrei dovuto raggiungere gli altri a Baveno e partire insieme con il minivan. La realtà delle cose e vari contrattempi mi hanno spinto a ritardare la partenza di qualche giorno e trascorrere solo un weekend nella capitale olandese, anziché l’iniziale settimana programmata. Forse si è trattato solo di temporeggiare nell’attesa di un colpo di coda di questa ballerina estate. Colpo di coda che non è arrivato. Così ora sono diretto a Roma, dove dovrei arrivare alle prime luci del mattino. Ho comprato un biglietto della Transavia (una delle tante low-cost) Fiumicino-Rotterdam per un centinaio abbondante di fiorini. Scambio un po’ di chiacchiere con un signore di Lentini, il quale, dopo le solite lamentele sul sistema ferroviariopoliticomagnamagnademocristianoechipiùnehapiùnemetta italiano, mi racconta della sua mirabolante figlia impiegata alla Nasa che stava andando a trovare. – Pensa – mi dice – a 4 anni faceva già le operazioni a doppia cifra! – Io lo assecondo per un po’, poi torno tra i miei pensieri. Dormo sdraiato sopra un lenzuolo trenitalia, contorto nella più bassa delle cuccette a 6 (quella che ti punta in faccia il poggiatesta), anestetizzato dai miei cari Sigur Ròs, la metafisica colonna sonora di questa cinica estate.
Giovedì 24 agosto – Benvenuti ad Amsterdam! Il treno è in ritardo. Circa 2 ore. Per fortuna, ho un buon margine e, arrivato a Tiburtina, trovo subito il trenino per l’aeroporto. Il volo per Rotterdam è popolato da ragazze e ragazzi mediamente elettrici, tutti sotto i trent’anni, e da qualche turista olandese reduce da afosi giorni romani. Io ho dormito tra il poco e il male e sono così stanco da addormentarmi addirittura prima del decollo. Mi sveglio a 20 minuti dall’atterraggio, tra grigie nuvole cariche di pioggia. Quando si dice che l’Italia è il paese del sole, a volte non si dà il giusto peso alla verità di tale affermazione. Saranno 4 giorni di continua alternanza di pioggia, nuvole, vento e curiosi sprazzi momentanei di luce. Messa fuori la testa dal portellone dell’aereo, un vento assassino mi sveglia dal torpore. L’aeroporto di Rotterdam è piccolo, ma ordinato e grazioso. Molto pulito ed efficiente, dopo 5 minuti avrò già il mio bagaglio in mano. Ora ho anche felpa e giubbottino, quindi via diretto alla Stazione, insieme all’orda di sfattoni scesi dal mio stesso aereo. Su un bus guidato da alcuni gelatai, a giudicare dall’uniforme, attraverso la periferia di Rotterdam fino al centro, dove moderni grattacieli troneggiano in questa verde pianura assoluta che mi circonda. C’è un treno ogni 10 minuti, ne manco però un paio perché mi tocca fare il biglietto alla cassa automatica, che non prende la mia carta di credito, ma vuole comunque 12 fiorini. Riesco a scambiare una di quelle carte rosa con scritto “10” e finalmente posso prendere il treno. La pianura è molto verde, ma abbastanza brulla. Non ci sono tanti boschi, bensì molti allevamenti e coltivazioni. Ho visto centinaia di mucche. Alla stazione centrale mi aspettano i ragazzi. Io ho gli occhi bene aperti. Lasciamo indietro lo splendido palazzo della Stazione e ci incamminiamo tra le vie, l’ostello non è lontano. Amsterdam è una città davvero bella. Forse perché una città non sembra. Pare piuttosto un grande borgo vecchio, dove le seicentesche case barcollano storte e ripide, quasi come una metafora di quanto questo luogo rappresenta. Mi chiedo se le case siano davvero storte oppure sia la gente ad essere storta e a vederle ballerine… Beh, sono le case ad essere davvero storte. Ma si stortano perché abitate da storti? Forse. L’architettura è graziosa e tipica. Le strade sono molto strette e pavimentate di mattoni rossi. Vanno in coppia con la pista ciclabile, onnipresente. L’auto qui non serve. Il parcheggio è impossibile e caro (5 fiorini l’ora pressoché ovunque) e muoversi sarebbe lentissimo. Il vero mezzo di trasporto è la bici. Centinaia di migliaia che sfrecciano continuamente tra la gente e che hanno sempre diritto di precedenza, anche sui pedoni. Grazie a questo si respira un’aria diversa, molto meno inquinata. Devo dire però che, alla fine del viaggio, l’aria sarà percepita in ogni dove intrisa della fragranza unica e inconfondibile della Santa Maria Giovanna Consolatrice, indiscussa divinità del luogo. Il sistema dei canali è l’altra particolarità di Amsterdam. Ideato inizialmente per trasportare le merci e per essere una difesa contro gli attacchi dei nemici, il reticolato oggi conferisce unicità e carattere alla città. L’acqua è salmastra e melmosa, quasi immobile. La navigazione è ampiamente praticata e noi stessi l’indomani avremo fatto uno di quei classici tour per i canali, da turisti. Noto particolarmente le antiche chiuse di legno, ancor oggi funzionanti. Bene, da ora in poi il racconto si fa parallelo. Ci sono cose da dire, altre da non dire, altre che, per giuramento solenne, restano solo tra quei 9 che erano lì. Trascorriamo insieme qualche ora all’ostello, mangiando pane e salame. L’organizzazione è stata impeccabile e viveri e vettovaglie importate dall’Italia per risparmiare non mancano. I ragazzi sono tutti molto allegri, il clima è da goliardia pura e, da buoni piemontesi, non lesinano le prese in giro vicendevoli. In altre parole, saranno tre giorni di prese per il culo totali per le minime cavolate. Non potrò mai dimenticare i maroni fumanti di Ivan per la continua e martellante storia del suo coltellino svizzero, di eccelsa fattura secondo lui, una patacca secondo noi… Ovviamente zuzze a gogò! i ragazzi hanno acquistato diverse tipologie di zuzze. Il primo pomeriggio è stato dedicato alla White Widow. Usciamo verso le 5 e rotti, per caffè e prima delle numerose birrette. A proposito, volevo spendere due parole sul livello dei prezzi per le principali merci e servizi di Amsterdam: 1. alloggio: caro, un ostello del cavolo costa sulle 30 euro a persona a notte; 2. vitto: menu turistici intorno ai 15 euro, panini, acqua e caffè intoccabili. La birra costa relativamente poco (una media 4 euro) 3. trasporti: molto cari, ma Amsterdam va girata a piedi. Serve una sistemazione strategica in centro, si spende qualcosa in più, ma si risparmia in soldi, tempo e sbattimenti. 4. droghe: prezzi stracciati! 7 Euro al grammo per la consolatrice, 12 euro per una scatola di magic mushrooms (si mangiano in 2), 5/6 euro per una spacecake. Del resto non mi sono interessato. Restiamo in un bar per qualche ora e nel frattempo mi faccio un’idea sulla questione dei coffee shop e, più in generale delle droghe. Un coffee shop è sostanzialmente un bar dove, oltre alla somministrazione di cibi e bevande (non tutti però vendono alcol), è prevista la somministrazione di droghe leggere. Per droghe leggere si intende marijuana, hashish e derivati, più una serie di sostanze naturali con effetti allucinogeni, i famosi funghi. Ci sono poi tutta una serie di gadget utili e/o folcloristici. Mi hanno colpito molto 3 americani con una cartina di 30 centimetri di lunghezza e circa 2 di diametro, piena fino all’orlo di pura marijuana. Diciamo, un super “Purino”. L’uso di tali sostanze è consentito solamente all’interno di questi locali, ma in realtà ad Amsterdam si vede ovunque gente per la strada con cannoni belli accesi e fumanti. Nel resto dell’Olanda, pare che la polizia sia meno tollerante. Lo scopo di tale politica è quello di accettare (senza ipocrisia) un fenomeno comunque diffuso quale è l’uso delle droghe leggere. Una volta accettato e permesso, tale fenomeno vuole essere regolamentato. I pro e i contro li sappiamo tutti e non divagherò su questo, tuttavia un paio di cose vanno dette. Accennerò ad un risvolto positivo e ad uno negativo. Innanzitutto si avverte un certo distacco da parte degli olandesi verso questo genere di attività, i coffee shop sono per lo più popolati da turisti stranieri. Questo mi spinge a dire che, per la sostenibilità di questa politica, fondamentale risulta il grado di civiltà di un popolo. Tutto sommato gli olandesi riescono a convivere con questa libertà senza subirne gli effetti distorsivi. Noi italiani non ne saremmo in grado. Altro risvolto però è l’effetto traino che questo “turismo” comporta. Le droghe leggere attraggono indiscutibilmente quelle pesanti. Mi riferisco al proliferare di spacciatori e gentaglia che si incontrano (specialmente nel red district) i quali offrono cocaina, eroina, ecstasy, crack, anfetamine per la strada. Sembra che non sia possibile scindere i due mondi, a maggior ragione quando le casse del comune vengono profumatamente rimpinguate dall’enorme afflusso che questa libertà realizza. In altre parole, venire ad Amsterdam significa per molti “togliere il freno a mano” e lasciarsi andare ad ogni efferatezza con la massima libertà. Mi vengono in mente i baccanali dionisiaci di qualche millennio fa… Beh, oggi Dioniso è vivo e vegeto e abita ad Amsterdam. Sono stato anche in un piccolo museo dove vengono illustrate le molteplici qualità della canapa, da quelle terapeutiche a quelle, pensate un po’, edili. Torniamo al racconto ed affrontiamo subito l’altro discorso piccante. I ragazzi mi portano a vedere il Red District, il famoso quartiere a luci rosse. Insieme al discorso droghe, il discorso meretrici è davvero interessante. Anche coloro i quali non sono interessati all’uso e consumo devono vedere una volta nella vita questo quartiere. I “divertimenti” principali sono classificabili in: 1. Sexy Shops: a decine, vendono video e riviste, giocattolini per lei e per lui e altro materiale erotico. Qualcuno di noi se ne andrà da qui con dei gadget curiosi, tra cui il celebre anello da applicare alla base del pisello per aumentare le prestazioni… 2. Sexy Bar: spettacolini singoli o in coppia, numeri da circo. A quel paese la moralità, essendo questo viaggio un addio al celibato, la ciurma di 9 individui mediamente depravati ha partecipato come pubblico a qualche evento. Come credete sia stata fatta la scritta “The end” sulla schiena di mio cugino Luca? Lascio al lettore di immaginare. 3. Le “Cabinette”: piccole cabine con poltroncina e schermo o con finestra su uno spettacolo dal vivo. Davvero organizzati gli olandesi, lasciano senza ipocrisia un rotolo di carta igienica a disposizione dell’inquilino. Anche questa è una pratica diffusa all’interno del nostro gruppo. 4. Le Prostitute: qui casca l’asino. Non avendo avuto esperienza diretta, ho cercato di leggere il fenomeno con spirito critico e giornalistico. Immaginatevi dei vicoli e delle vie con tante lanternine rosse, delle vetrine in penombra, ciascuna di essa con una tenda rosso intenso, tenda che può essere aperta o chiusa. All’interno della vetrina vi è la ammiccante ragazza, (s)vestita in modo provocante, seppure siano vietate le nudità. Vi sono ragazze per tutti i gusti, di tutte le origini, di tutte le dimensioni e di tutti i “generi”. Devo dire che alcune sono di una bellezza straripante, quasi avvilente. Funziona così: si bussa alla vetrina, lei esce e ti dice il prezzo. Tu entri, lei ti spiega le regole. Per il rapporto base il prezzo è di 50 euro, mentre se si vuole toccare o cambiare posizione ne occorrono circa 100. Le ragazze sono molto fredde e professionali, puntualizzando che si tratta di semplice lavoro. Il tempo a disposizione di solito non supera i 20 minuti. Guardando dall’esterno alcune vetrine vuote, noto come l’ambiente sia simile ad un ambulatorio medico, quasi asettico. Altre cose? Guai a fare foto! Arrivano subito degli scagnozzi a prenderti la macchina oppure le ragazze stesse escono dalla vetrina e cominciano a fare un casino tremendo. Queste Menano! Abbiamo assistito ad un tipo buttato fuori a calci da una bionda bella come il sole, la quale, non contenta, gli ha pure sputato in faccia. Altra scena di delirio quando una turista americana ha scattato una foto: sono uscite in tre e via con le sberle. Io ho evitato e non ho scattato nemmeno una foto del red district. D’altra parte, queste professioniste hanno a che fare con ogni genere di depravazione e come dare loro torto? Molte fanno questo lavoro partime, altre per brevi periodi, altre full time. Basta solo affittarsi la vetrina e pagare le tasse. Credetemi, è un lavoraccio, ma si fanno davvero un sacco di soldi, a giudicare dal giro che ho visto. Tutto legale e controllato. Concludendo, se fare la prostituta vuol dire mercificare il proprio corpo, quel quartiere sembra un enorme supermarket, dove consumare un rapporto è facile come prendere una bottiglia di succo di frutta da uno scaffale. Questo può essere giudicato uno schifo immondo, ma, mettendo a lato ogni ipocrisia e prendendo atto che, come per le droghe, il fenomeno esiste, allora questo è il migliore schifo possibile. La giornata si è conclusa così, facendo i coglioni avanti e indietro per il red district. Siamo in 9 e uno si ferma lì, l’altro si ferma qui, l’altro ancora vuole andare là…insomma restiamo uniti in clima comunque positivo e carico. Si fanno le 4 di notte nel seguente ciclo perpetuo: baretto, birretta, zuzzetta, cabinetta, paninetto… Enrico è riuscito a mangiare una fetta di carne argentina con patate,insalata e pane (che qui è a parte), 2 hot dog, un sacchetto di patatine alle cipolle enorme e, per finire, una barretta di cioccolato caramelloso. Scene di chimica. Torniamo all’ostello per svenire, rovinati e contenti. Alle 5 e mezza mi svegliano con un bel “caricone” (a’ paddazza per dirla alla sicula), mi mettono in bocca un paio di tiri della consolatrice. Io sorrido, tiro e ri – svengo. |
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